C’era la musica

C’era la musica, assordante, dolorosa, forte.

C’era la musica ma non era più musica: era rumore.
Faceva male all’inizio e poi si confondeva con il buio, con delle fronti sudate, degli occhi chiusi, delle luci colorate.
C’era la musica ed era tutto perfetto, il tempo giusto, la sincronizzazione esatta.
C’era la musica e lontano, nella folla, c’eri anche tu che ballavi da sola come se non ci fosse niente intorno a te, come se nessuno ti vedesse, libera come un foglio di carta nel vento.
C’era la musica e all’inizio era buio, c’erano tante persone che non si conoscevano tra loro, c’erano luci sparse e la gente ballava confondendosi nella grande mischia di anime e corpi.

Anime e corpi ma sopratutto anime.
C’era la musica e riusciva a farti andare lontano, c’era la musica che ti invitava dolcemente a ballare.
C’erano le braccia, le gambe, c’era la testa che non c’era.
C’era il fumo delle sigarette, il tintinnio delle collane, le scintille delle cinture.
Mani, bocche, piedi, scarpe, braccia, spalle, schiene che si toccavano e si amalgamavano senza problemi. Non c’era spazio per le parole, non c’era spazio per i pensieri: era tutto ovattato, coperto, sommerso.
Non c’era più spazio per gli incubi, certe volte avrebbe davvero voluto vivere la vita per sempre sulla pista da ballo.
Era l’annullamento del tutto, la fine di ogni pensiero e il principio di un continuo viaggio, l’ombra delle luci bianche e l’esaltazione degli angoli bui come metafora ironica di una vita tra bene e male, giusto e sbagliato, spento e acceso.
E in quel momento non era nulla, non era bene ma nemmeno male, non si sentiva nel torto ma nemmeno in giustizia ma nemmeno spento o acceso: era in un deleterio e meraviglioso limbo di vorticose spinte che lo accompagnavano a chiudere gli occhi, a muovere le braccia a ritmo dei BPM , lo stomaco a tremare, i polmoni ad inspirare tabacco e soffiare fuori fumo bianco che linguettava fino a scomparire nel buio.
C’era la musica e anche se non fosse stata musica
bastava così.

La lettera che parlava di te

Oggi ho trovato una foto, in una scatola. Avevo completamente dimenticato di possederla, assieme a questa carta da lettere e mi chiedevo se tu l’avessi mai vista. Eppure, non credo, perché a quanto ricordo l’avevo solo io. È anche un po’ graffiata, sicuramente sarà stata la vittima di qualche mio momento di rabbia. Se ci penso ora non riesco ad arrabbiarmi e non riesco a capire come ho fatto a starci tanto male. 

Alla fine eravamo noi e non ci preoccupavamo, poi io sono diventata io e tu sei tornato tu e sono iniziati i problemi. Era tutto semplice quando non si pensava a niente, perché per essere felici ormai lo so, bisogna essere stupidi: pochi pensieri e il sorriso stampato sempre sulla faccia.

Ma era difficile avere pochi pensieri quando avevo te accanto. Buffo, avresti dovuto farmi dimenticare di tutto, come dicevi, e invece riuscivi solo ad essere un angustiante presenza che mi impediva anche di ubriacarmi felicemente. 

Ogni tuo sguardo, ogni tua parola, qualsiasi cosa di te era parte integrante della mia psiche che mi tormentava perfino di notte quando cercavo di dormire e lei continuava a chiedermi se sapevo che facessi, con chi fossi, lasciandoti in un angolo della mia mente finché la mattina dopo non ti vedevo camminare verso l’entrata di scuola con gli occhi un po’ stanchi, i capelli un po’ stravolti e un po’ di occhiaie. 

Le occhiaie rendendo interessanti una persona, puoi chiederti che fa al posto di dormire oppure a che pensa. Chissà se mi pensavi al posto di dormire, la sera. 

O chissà a chi pensavi. 

E questa foto non è nient’altro che te e me, vicini, dopotutto. Ed è bello pensare che la perderò ancora e la ritroverò un giorno, lontano da oggi, quando avrò già qualcuno a cui raccontare qualcosa di me. 

Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero? Non lo so, ma so che parlerò di te. 

Perché sei i miei anni zero: sei le mie bravate, sei stato il mio sorriso, la poesia, i libri che avrei dovuto leggere e le canzoni che avrei dovuto ascoltare. 

Sei la musica che ti piace, sei quel film che avremmo dovuto vederci, quel drink che avresti dovuto offrirmi. 

Quella serata a ballare finché non avevamo più fiato, sulla spiaggia, quando a fermarci erano state solo le prime luci dell’alba. 

Sei le notti insonni a pensarti. 

Sei l’unica cosa di cui parlerei giorni interi, l’unico ricordo per cui ucciderei. 

Meglio delle persone che conoscerò, meglio di chi non avrò mai il piacere di incontrare. 

Sei questa lettera che non riceverai mai ma che sto comunque scrivendo perché voglio che sia per sempre. Sia chiaro non tu ed io, perché ormai so che non era destino, ma quello che siamo stati io e te.

Che io amavo te e magari tu ami lei e forse è stato così eppure so che per quel tuo poco, quel davvero poco, mi hai amato.

Forse più di quanto mi aspettassi io di essere amata e te ne sono grata, davvero.

Dopo tutte le volte in cui avrei voluto ammazzarti mi ritrovo a ringraziarti per essere il capro espiatorio della mia vita. 

Probabilmente nasconderò questa foto e anche questa lettera e non saprai mai niente perché sono una codarda, ho sempre avuto paura delle cose, ma mi va bene così. 

Ti scrivo un grazie che non leggerai mai è già che ci sono anche un ti amo, che non avrei mai il coraggio di dirti di nuovo. 

Occhi blu oltremare e anime assiderate

Non era stato egoista come al suo solito, non era stato restio, non si era chiuso in se stesso e aveva – ancora una volta – perso tutto.
Il fuoco che gli bruciava dentro aveva fiamme troppo alte per essere ignorate e troppo ardenti per essere spento.
L’alcol che aveva cominciato a mandare giù a fiumi non faceva altro che corrodergli la gola e alimentare quell’incendio che gli stava bruciando l’anima.
Era perso e sapeva di esserlo.
Il pensiero costante che quelle braccia che l’avevano stretto così tante volte ora stringevano qualcun altro, che quelle labbra così morbide ora si posavano su altre labbra, che quei respiri affannosi e quei gemiti sommessi ora fossero intimi di qualcun altro lo uccideva.
Gli toglieva il sonno, gli toglieva la fame, gli toglieva anche il respiro.
Per quanto tutti facessero finta di niente nessuno ignorava quello che stava passando: vedevano le sue occhiaie violastre, vedevano i cocci di bicchieri spaccati, vedevano la disperazione nelle sue iridi che non erano mai state tanto scure.
E il rancore, la rabbia, la delusione.
Lei le aveva preso il cuore e lo aveva disintegrato con le sue stesse mani. Lui arrivò al punto che avrebbe desiderato morire piuttosto che continuare a vivere così o semplicemente, più egoisticamente, aveva desiderato che non fosse mai entrata nella sua maledettissima vita.
E continuava a non capacitarsi di quanto fosse stato stupido a credere che dietro quei suoi assiderati occhi azzurri non fosse in grado di mentire.
Pensava che non sarebbe stato in grado di nascondere niente dietro quegli specchi d’acqua e invece l’ingenuo era stato lui.
Era stato ingannato, derubato, abbandonato.
Fissava l’ultima cosa che gli restava di lei, la sua stupida molletta con cui raccoglieva i suoi stupidi capelli biondi come il grano, ma non la stava davvero guardando.
Le pupille strette nella penombra di quella stanza erano scollegate dal cervello che annegava nell’ennesimo bicchiere amaro di whisky , non riportano nessuna informazione, guardavano il vuoto senza che ci fosse bisogno di una reale spiegazione.
E’ che ormai vedeva il vuoto ovunque guardasse, era circondato da una voragine di oscurità e non stava nemmeno provando a scalare per risalire a vedere la luce.
Voleva staccarsi da ciò che ancora lo reggeva al bordo dell’oblio e precipitarci dentro così da porre fine a quell’inutile turbinio malato di pensieri sconnessi che si agitavano nella sua testa vorticante.

La collezione di farfalle 

E dopo l’ennesima volta che si erano ubriacati facendo finta che non fosse successo niente, che non fossero mai stati insieme, che lui non se ne fosse mai andato e che loro non avessero mai rotto quell’armonia perfetta si guardavano negli occhi stanchi e innamorati, sotto casa. Nessuno dei due voleva parlare per rovinare quel momento apparentemente perfetto. 

Il biondo infilò la chiave nel chiavistello della porta bordeaux e sospirò.

«Vuoi salire da me a vedere la collezione di “mi manchi” che non ti ho mai detto?»

Amare non è di questo mondo 

Il vero amore esiste ma siamo troppo fragili per sopportarlo.Nel caso il destino ci desse la possibilità di conoscere la vera metà del nostro cuore saremmo sempre troppo debolì per non lasciarcelo scappare. 

Non siamo in grado di provare qualcosa di così forte per l’eternità e ci accontentiamo sempre di qualcos’altro che riesce a renderci almeno un po’ felici. 

La felicità è l’emozione più sbagliata per descrivere l’amore. 

L’amore è odio e gelosia, è serenità e tristezza, è euforia malinconica.

È solo un insieme di ricordi, posti, sguardi e nulla di più. 

L’amore esiste ma non è di questo mondo. 

È un pianoforte che suona in lontananza, il riflesso della luna in una pozzanghera, un tramonto d’estate…tutto ciò che vorremmo fermare in un eterno istante ma che è impossibile da catturare. 

L’amore esiste ma non è per gli uomini. 

È impossibile da sopportare, troppo grande e pesante per poterlo mantenere: se mai il destino ci facesse davvero incontrare non riusciremmo mai a custodirlo e lasceremmo andare come la corda di un palloncino che cerca di scappare nel cielo. 

Al suono di quel pianoforte, a quella luce casualmente riflessa nello specchio d’acqua e a quel tramonto non si può far altro che ripensare con nostalgia. 

La stessa amara e splendida nostalgia con cui ripenseremo a quegli occhi e al battito del nostro cuore

Sono solo parole — 1°

Completo a metà

Tutto è perfetto, tutto è completo. 

Il bianco e il nero, la notte e il giorno, il freddo e il caldo e tutto ciò che si completa per me sei tu. 

Sei il cielo al suo posto in una città trafficata, sei il mare grigio nelle mattine invernali o la punta innevata delle montagne che si vedono dal balcone di casa tua. 

Sei i tuoi capelli biondi, sei i tuoi occhi verdi, le dita sottili e i tuoi tatuaggi. 

Sei tutto quello che se non ci fosse renderebbe la mia vita completa a metà.

Carezze

E cerco tra la gente almeno un tuo dettaglio. Ho in mente la tua ultima carezza, che poi non è stata proprio una carezza. È stato più uno schiaffo, mi hai lasciato un segno che non ancora va via, mi hai guardato con gli occhi pieni di lacrime e il tuo sguardo ha avuto il potere di gelarmi il sangue nelle vene tutte. E tutt’ad un tratto non esistevo più, mi hai annullato. E ogni volta cerco tra la gente almeno un tuo dettaglio ma non lo trovo e sento dolore al cuore, come se quella tua mano fredda mi avesse toccato direttamente lì. Preferirei tagliarmi le vene e lasciarmi morire piuttosto che sentire così tanto la tua mancanza. 

Diamanti e pietre

Mento a te, mento a me, mento a chiunque e non riesco a farne a meno. 
Mi convinco che sia davvero qualcosa ma in realtà siamo bugiardi proprio come due amanti. 

Se provassi a scattare una foto di noi due sembreremmo due pietre grigie tra diamanti e non so che dire, non so che fare. 

Probabilmente ti chiamerò al cellulare più tardi e fingerò di amarti.

Un eterno appuntamento in stazione 

Per l’ennesima volta Edoardo era alla stazione a salutare la sua Viola dopo il loro solito breve appuntamento e per l’ennesima volta non era pronto a salutarla. La vita era così ingiusta, delle volte, che quasi sembrava fatta apposta per poter affermare che un Dio non esistesse. 

Torino-Firenze ogni volta che dovevano vedersi e nemmeno serenamente, sempre sotterfugi e inganni anche solo per passare una nottata insieme, l’uno tra le braccia dell’altro. 

Essere figlio di, portare un cognome pesante, fare un lavoro non destinato esattamente a tutti comportava troppe cose che ad Edoardo avevano scocciato. Era stufo di non poter fare quello che voleva, di non poter frequentare chi voleva e di non poter amare la sua amata sotto la luce del sole. 

E Viola dal suo canto non poteva che fare altrettanto. Una studentessa universitaria con dei genitori un po’ troppo premurosi, un fratello che ha già dato tante delusioni, una ragazza che non può permettersi di sbagliare nulla potrebbe mai presentarsi a casa con un ragazzo – un uomo – con quasi dieci anni di più di lei? 

Quasi come Romeo e Giulietta ma senza Montecchi, Capuleti e balconi, solo le stazioni dei treni a fare da sfondo al loro amore, i loro baci più veri di tanti altri, le mani intrecciate che vorrebbero come stare a dire “resta”, legati da un filo invisibile che lasciava Violetta, così come la chiamava lui, dietro la linea gialla dei binari a scambiarsi sguardi innamorati, ma tristi, con il suo Edoardo dal finestrino della prima classe che, lui, poteva permettersi. Guardarsi fino a consumare i vetri dell’oblò, guardarsi fino ad annullare tutte le loro distanze, guardarsi in fondo agli occhi, dove si intravede l’anima. 

Dove si intravede l’amore che l’uno prova per l’altro. 

Il filo che legava Viola, sulla porta de treno in partenza e Edoardo sulla banchina, che si accendeva elegantemente una sigaretta, in giacca e cravatta, pronto a chiamare il taxi per tornare a lavoro non appena il treno sarebbe sparito dalla sua vista. 

Perché non avrebbe abbandonato la stazione finché il treno di Viola sarebbe anche stato un puntino poco distinguibile in lontananza. 

Perché Viola era il cuore di Edoardo ed Edoardo era la parte razionale di Viola e nonostante nessuno riesca mai a conciliare perfettamente mente e cuore nessuno dei due può lavorare lontano e indipendentemente dall’altro. 

Perché Edoardo senza Viola non era Edoardo. 

Perché l’amore è un eterno appuntamento in stazione.

Frammenti 3 

Forse in un altro momento, in un altro luogo, o forse in un altro tempo sarebbe andato tutto bene e forse avrei potuto amarti.

La verità è che io reggo l’alcol più di quanto non l’abbia mai fatto Frank. È triste da dire e non è nemmeno una cosa di cui ci si può vantare come una qualità o un pregio: è semplicemente allenamento. 

“Perché non scrivere una poesia?” 

Perché in realtà volevo scrivere una canzone

Era ubriaco tanto da non reggersi in piedi e ubriaco abbastanza da aver perso i suoi amici in giro, stanco e irrimediabilmente solo. 

Uno come lui non era mai solo ma la solitudine era sempre un fattore molto relativo. 

E le sue labbra sono come il confine della galassia e un suo bacio il colore di una costellazione che cade nel vuoto.

Non mi serve chi mi consola 

Tra le lenzuola 

La Città della Camomilla 


Dal mio balcone è parecchio buio, abito appena fuori dal centro storico e la mia città è magica perché ad un chilometro dal centro sei in mezzo alla campagna, lontano dallo smog e dal rumore delle macchine. C’è così talmente tanto silenzio che riesci a trovare la pace e la fotografia che ho scattato riesce a cogliere il silenzio che c’è e in lontananza, se sapete come ascoltarla, si sente qualcuno che suona il piano ed è qualcosa di magico assieme alla foschia che avvolge la luna. 

Una foglia triste che cade su un mucchio di altre già secche a terra finisce il suo corso vitale, così come è giusto che sia in pieno ottobre, e riesce completo il quadro assieme alla sigaretta che brucia, anche lei silenziosa come se non volesse disturbare. 

Non sono una poetessa, non mi definirei mai tale, ma vorrei poterlo essere almeno per quest’istante solamente per riuscire a cogliere la bellissima mortalità di questa natura spenta, dormiente, e del cielo nero indisturbato da luci umane; brillante solo di una luna quasi piena e coperto da una foschia grigia che sta lì quasi a ricordarmi che c’è freddo nell’aria e che, com’è giusto che sia, probabilmente pioverà dato che siamo in pieno ottobre. 

Nonostante tutto, in lontananza, ci sono le luci di una città addormentata – la Città della Camomilla – e la cattedrale che svetta e le lucernarie dell’anfiteatro romano in fila, contrasto perfetto tra antichità e modernizzazione. 

Una miscela di storia, strade interrotte, luci spente e finestre aperte sul cielo di una sera di pieno ottobre. 

Quanto amo la mia città. 

Il mio posto preferito nel mondo.

Se telefonando io, potessi dirti addio  

 La città aveva qualcosa di più buio quella sera, forse avevano spento qualche lampione o semplicemente la luce delle stelle non era abbastanza brillante come tutte le altre sere. 

Però era tardi, come le altre sere. Come tutte le sere in cui Edoardo aveva promesso a Viola che sarebbe tornato presto per cenare insieme, per portarla a teatro o semplicemente per chiacchierare sul suo divano, davanti ad uno di quei buon vini costosi che aveva riposto per occasioni speciali senza considerare che non riusciva ad avere nemmeno più occasioni normali. 

Il lavoro gli stava risucchiando l’anima dai tempi del tirocinio e quella santa ragazza prima e donna poi l’aveva sempre aspettato. 

Doveva premettere però che non credeva né in dio né tantomeno nella santità e il suo concetto di “Santa” era del tutto personale: Viola era una bellissima donna, una splendida persona e un essere umano amabile e fosse stato in lei non avrebbe mai perso tempo dietro uno come lui ma probabilmente era questo il motivo per cui lui non era come lei. 

L’aveva sempre aspettato anche quando faceva tardi o quando si dimenticava del suo compleanno o del loro anniversario e lui l’aveva ricompensata con regali costosi che comunque non ricompensavano tutto quello che avrebbe voluto essere per lei nonostante Viola dava a vedere che non le importava, che non doveva e che non era minimamente arrabbiata con lui anche quando la liquidava con un messaggio. 

Avrebbe dovuto essere un po’ più attento nella vita e nella guida della sua ultra costosa macchina al posto di pensare a quello che avrebbe dovuto fare ma che non aveva fatto per lei, sentendo il peso delle pratiche che aveva in sospeso, dentro la sua ventiquattro ore poggiata sul sedile del passeggero, nel suo costo completo gessato, in direzione del suo lussurioso attico in centro. 

Edoardo non aveva molti rimpianti nella vita, anzi: non ne aveva quasi nessuno. 

Era un avvocato di successo, aveva un cospicuo stipendio e una bella donna che, nonostante tutto, l’aspettava sempre; allora perché non riusciva più a riposare bene o a vivere decentemente? 

Il rimorso di aver potuto fare qualcosa di più come quando, di rado, perdeva una causa pur sapendo che qualcosa di più non poteva essere fatto. 

Andava avanti con la convinzione che, in fondo, non poteva farci niente. Che amava Viola e niente avrebbe cambiato le cose ma amava di più se stesso, amava di più il successo e la realizzazione personale. Forse era proprio quello, l’amor di se, l’egoismo che trasudava dai pori coperti dalla bianca camicia di seta.

Forse era proprio questo. 

Edoardo e Viola avevano una cosa in comune, più dell’amore verso i dischi in vinile, il jazz o la passione degli scacchi, dei film d’autore e della passione per i libri di storia, l’amore verso Edoardo. Entrambi amavano la stessa persona.

Era questo quello che pensava l’uomo, aprendo la porta di casa senza sorprendersi di trovarla chiusa senza giri di chiavi come l’aveva lasciata lui la mattina stessa, trovandosi davanti Viola seduta sul divano in pelle, con le gambe sensualmente accavallate, che leggeva un giornale di cui non le importava niente, abbassandolo solo nel momento in cui lui si tolse la giacca e chiuse la porta. 

“Sei in ritardo… Come al solito” gli sorrise e lui lo fece di rimando, troppo stanco per ricominciare a pensare ai suoi ritardi, alle sue mancanze e nonostante tutto sentirsi dichiarato colpevole da quel tono di voce cosi caldo e da quegli occhi così sinceri da fargli quasi del male. 

Anche Viola aveva tempo di pensare ad Edoardo, nel lungo frattempo in cui lo aspettava nella sua bellissima casa. 

Pensava al fatto che erano costretti a vedersi la sera tardi, per qualche cena di rado, una domenica al mese, forse; non si chiamavano, non si scrivevano; ma non era cattiveria o menefreghismo, Viola era forse l’unica persona in grado di capire Edoardo davvero ed Edoardo era una persona che si lasciava capire solamente da Viola. 

Nel suo lavoro era una iena, era un uomo forte, prestante, colto, bello, elegante ma non sembrava avere sentimenti e tutti dicevano che quello fosse un vantaggio ma per lei era tutto ciò che voleva non fosse stato. 

Non era la prima volta che ci pensava, sola nel suo appartamento ad aspettarlo, cosa ne sarebbe stato di tutto ciò se se ne fosse andata senza dirgli niente, se avesse chiuso quella storia, non storia, lì e l’avesse lasciato solo tra le sue cause, le sue vittorie e il suo animo estremamente contorto. 

Ci aveva pensato, si. 

Ma non l’aveva mai fatto perché non immaginava la sua vita diversa da quelle serate in cui lo aspettava per rimproverarlo, per bere insieme o semplicemente per fare l’amore: per farlo stare bene perché sapeva, nonostante non gliel’avesse mai detto, quanto stava male. 

Poteva darla a bere a tutti, poteva darla a bere perfino a se stesso ma Edoardo aveva bisogno di lei e lei lo sapeva. 

A volte pensava a quanto sarebbe stato bello avere una vita, una di quelle vere in cui una coppia pensa al futuro, pensa ad una casa al mare, ad una cena con i suoceri o alle vacanze di Natale dai genitori. 

A dei figli. 

E a volte pensava anche che probabilmente Edoardo non gli avrebbe mai dato niente di tutto questo e aveva voglia di andare via, scappare, cambiare numero di cellulare e residenza nonostante aveva l’atroce dubbio che lui non l’avrebbe mai cercata, che si sarebbe rassegnato a se stesso e sarebbe andato avanti nonostante non voleva pensare a questo finale della storia. 

Lo guardava negli occhi verdi circondati da profonde occhiaie scure e vedeva un bell’uomo, sicuro di se e vestito di quell’egoismo urbano che aveva stregato la sua e la loro vita lasciando che riuscissero a condividere quei pochi momenti di normalità quando fuori la città quasi ormai dorme tutta sapendo che con la nuova alba si rimetterà in modo il meccanismo demoniaco di quella vita ricca tanto quanto insoddisfacente e povera di umanità.  

E forse se ne sarebbe andata davvero, un giorno di questi, senza salutare. 

Senza dirgli addio perché non ci sarebbe mai riuscita. Si sarebbe strappata il cuore a mani nude piuttosto che dirgli addio ma se ne sarebbe andata lontano e l’avrebbe dimenticato. 

Forse, un giorno di questi.